Visioni nel deserto: come le pianure tunisine sono in grado di fornire tutta l’energia dell’Europa.

Strizzando gli occhi alla luce del sole, Maurizio Scaravaggi controlla l’orologio e usa la sua ombra per trovare il nord. Si gira a guardare verso ovest, su un territorio di lineamenti all’orizzonte. “Questo è nostro” dice, prendendo una manciata di sabbia e lasciandola scivolare tra le dita.

 

 

Rjim Maatoug, questo pezzo di terra sul bordo settentrionale del Sahara, non è il paesaggio drammatico di un deserto di Hollywood, ma una vasta pianura di sabbia, punteggiata ogni pochi metri da arbusti secchi. A pochi chilometri di distanza un’oasi è stata trasformata in una piantagione di olio commerciale di palma, l’unica industria in questa regione desolata della Tunisia. “Non sarà necessario ripulire la terra”, dice. “Gli specchi non avranno bisogno di molto spazio, e i cespugli tratterranno la sabbia.”

Scaravaggi lavora per Nur Energie, un’impresa anglo-tunisina che è vicina a garantire il diritto di superficie di 100 chilometri quadrati di questo deserto. In questo caso, la società intende costruire un impianto a energia fotovoltaica concentrata (CSP) di 2GW di potenza per poi esportarla al mercato europeo che si trova ad affrontare un deficit enorme di potenziale dal momento che la Germania spegnerà i suoi reattori nucleari. Il progetto, denominato TuNur, è uno di una lunga serie di schemi che sono stati discussi per anni: i progetti di energia solare hanno alzato le proposte a margine delle conferenze di energia del Mediterraneo per più di un decennio, e quasi ogni recente accordo di cooperazione tra Europa e Stati Nord africani ha incluso un pilastro in materia di energia rinnovabile e il cambiamento climatico. A seguito del disastro nucleare di Fukushima, il momento apparve maturo, sia in Europa che in Asia. Se la visione si realizza, potrebbe essere una cella in una mega-rete fotovoltaica che si estende in tutto il Mediterraneo, dal Marocco alla Grecia, sfruttando il sole per alimentare i paesi industrializzati del nord Europa.

Tocca a Scaravaggi di risolvere la sfida più importante di TuNur: estendere un cavo di trasmissione da questo pezzo di deserto, attraverso 600 km di terreno accidentato, al Mediterraneo e attraverso al suo punto di atterraggio a Montalto di Castro, 90 chilometri a nord-ovest di Roma.

Un taciturno ingegnere occhialuto e allo stesso tempo un veterano del settore energetico italiano, Scaravaggi ha trascorso un quarto di secolo padroneggiando la complessa gestione elettromeccanica di costruzione di reti. Ma questo lavoro, egli ammette, richiede una costante rivalutazione delle tecnologie e della logistica utilizzati nell’industria finora. A gestire la logistica sarà Fethi Bel Hadj, 45 anni, del partner locale di Nur Energie, Top Oil Services. Bel Hadj, un orso gioviale di un petroliere, gestisce un Land Cruiser come se fosse un prolungamento del suo corpo e sembra conoscere ogni centimetro delle strade e dei condotti del paese, molti dei quali ha dato una mano nella costruzione o la manutenzione.

 

Mentre Scaravaggi tratta con i complessi problemi della teoria elettromagnetica e dell’ingegneria, è Bel Hadj che dovrà trasformare il progetto in una realtà, trovando il modo di muovere sia macchine sia le massicce lunghezze del cavo in posizione e di trattare per i diritti alla terra e del passaggio.

La coppia, insieme a una piccola squadra d’ispettori in una seconda macchina che li segue con un GPS che sporge attaccato con del nastro da elettricista dal finestrino del passeggero, sono alla ricerca di un percorso accessibile in uscita da Rjim Maatoug e fino alla costa settentrionale della Tunisia. E’ un viaggio che li ha portati lungo la costa occidentale, su una strada affollata in cui le linee aeree già si accalcano per lo spazio; superando Chott El Jerid, un “marziano” lago salato dove l’acqua scorre rosso intorno isole scintillanti di cristalli, e poi verso nord, fino al confine con l’Algeria, dove lungo il ciglio della strada trafficanti di diesel vendono bottiglie di plastica piene di carburante a prezzi stracciati, e dove Bel Hadj si preoccupa per la sicurezza delle sue vetture.

“Se li lasciamo qui, saranno in Algeria entro domani”, dice, mentre la squadra abbandona il loro piano di pernottare in Thelepte pur seguendo un potenziale corridoio che avrebbe avuto una linea che attraversa il Chott (il nome arabo di un lago salato del Sahara), e oltre le montagne, oltre le città di frontiera di Gafsa e Metlaoui. Lì, trasportatori scheletrici sono drappeggiati attraverso le cime smussate. Miniere di fosfato gettano tonnellate di polvere in aria, aggiungendosi alle tempeste di sabbia che sono comuni in primavera.

 

Questo percorso, una combinazione di strade secondarie, piste di servizio esistenti che hanno lasciato dietro l’industria petrolifera e del gas e di stridenti fuoristrada che fanno escursioni attraverso il deserto roccioso, sembrava sulla mappa di essere il più promettente. L’altitudine è una sfida, ma il percorso offre vantaggi: la mancanza di sviluppo urbano dovrebbe facilitare le questioni di pianificazione, e il percorso passerà dalla sottostazione di Jendouba. Ciò consentirebbe alla società di collegarlo alla rete domestica tunisina e rimborsare alcuni dei loro accordi con l’operatore del governo e il monopolio, la Société Tunisienne d’Electricité et Gaz (STEG), usando la potenza generata, piuttosto che i contanti.

Le alternative? Un percorso più a ovest, sia a fianco la strada costiera o su una strada secondaria verso l’interno, aggiunge alcuni problemi pratici. La larghezza totale di un corridoio per il cavo interrato, che sarebbe necessario se la squadra costruirà vicino alla strada, è di circa 12 metri, due trincee per il cavo, di tre metri ciascuna, con sei metri di strada di servizio al centro. I cavi devono essere trasportati in posizione orizzontale in rottoli che pesano 40 tonnellate, lungi 1 km e con un diametro di cinque metri (due volte la larghezza di un camion standard) e più ampia rispetto alla maggior parte delle strade. Bel Hadj pensa di poter trasformare uno dei grandi camion a “basso letto” destinati all’industria petrolifera e del gas con un supporto appositamente progettato che potrebbe portare le bobine per i cavi in posizione verticale.

Al porto di Gabes, dice, c’è un “Fajoli”, un vasto, 750 tonnellate di capacità, veicolo in grado di trasportare bobine multiple. La logistica, egli dice, non dovrebbe dettare il design. Qualunque cosa il progetto richiede, si può risolvere. Una soluzione via terra sarebbe molto più economica, ma avrebbe bisogno di usare corrente alternata perché l’effetto elettrostatico della corrente continua avrebbe attirato molta sabbia sulle linee. Una volta che il cavo raggiunge il mare, c’è un problema del tutto nuovo. La tecnologia sottomarina funziona solo su fondali fino a 1.600 metri. Al largo della costa, il fondale scende bruscamente a due mila metri. Il puro peso del cavo che pende libero in acqua per due chilometri dietro una nave probabilmente lo capovolgerebbe. A meno che un nuovo materiale più leggero non venisse usato (e Scaravaggi pensa che Spectra, una lega sviluppata per girare in corde per barche da regata a vela, sia una possibile alternativa) allora per la squadra dovrebbe essere necessario modificare uno dei enormi catamarani usati per posare gli oleodotti.

 

C’è poca discussione della centrale stessa. Questo, Scaravaggi ammette, è in parte perché è diventato di uso comune ritardare tali decisioni, riuscendo cosi a spremere per la migliore offerta i potenziali fornitori. “So di un progetto in America dove hanno cambiato da centrale a concentrazione a semplici panelli fotovoltaici l’ultimo giorno”, dice Scaravaggi, lasciando intendere che si potrebbe prendere in considerazione tale ipotesi anche nel caso di Rjim Maatoug. Una diversa tecnologia nel mix usa eliostati, o specchi, che proiettano l’energia solare a una caldaia in cima a una torre, creando vapore ad alta pressione che può essere integrato con centrali elettriche a componenti convenzionali per creare energia.

Scaravaggi sa che non è la tecnologia di produzione che rappresenta la sua più grande sfida, ma la trasmissione. I problemi sono risolvibili, ma ci vorrà tempo. Dopo aver ottenuto i permessi di costruzione, il completamento della progettazione e l’appalto, la produzione dei parti e la loro messa in atto, il completamento finale potrebbe richiedere sette anni. Tuttavia, la produzione sarà modulare, e Scaravaggi ritiene che sia possibile portare in linea 1 gigawatt di potenza entro il 2017, che farebbe TuNur uno dei, se non il primo, sul mercato. Questo tipo di progetto a energia solare per esportazione ha finalmente trovato una finestra di opportunità.

Visioni nel deserto: come le pianure tunisine sono in grado di fornire tutta l’energia dell’Europa.
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  • Luca Andrea LEONI

    A quello che so, la resa energetica dei pannelli solari si riduce moltissimo col salire della temperatura del pannello fotovoltaico: è nozione comune che gli impianti già esistenti nel Sahara producono corrente solo nelle prime e nelle ultime ore dell’irraggiamento solare: come è stato risolto il problema da parte di TuNur?
    Luca A. Leoni

    • hiroy

      quelli sono pannelli fotovoltaici questi sono a concentrazione e riscaldano dei sali…